lunedì 13 febbraio 2017

La normalità del protezionismo

È difficile in queste settimane ascoltare o leggere giornalisti che non si straccino le vesti mentre pronunciano la parola esecranda: “protezionismo”. A sentirli sembra si tratti di una dottrina satanica, il cui nome stesso va riprovato. Perché, pare di capire – e qui tento di indovinare il profondo ragionamento di questi personaggi - “protezionismo” = “chiusura” = “brutto”, che è il contrario di “liberismo” = “apertura” = “bello”.

Ora, questi colti professionisti inspiegabilmente non ricordano che il protezionismo è stata la dottrina di politica economica più adottata dal XIX secolo in poi in tutti i paesi che, dopo il Regno Unito, si sono incamminati sulla via dell’industrializzazione (Italia compresa: vedi ad esempio l’esperienza dei ministeri liberali tra fine Ottocento e inizio Novecento, tra tutti quello di Luigi Luzzatti). Non solo: ma, da bravi cantori del liberismo – e in quanto tali digiuni di storia e nemici dei nudi fatti – i succitati ignorano come sia le teorie che le politiche protezionistiche abbiano visto la luce e si siano sviluppate - guarda un po’- proprio negli Stati Uniti. È proprio qui, infatti, in quello che è sempre dipinto come il paese della cuccagna liberista, che alla fine del XVIII secolo le prime teorizzazioni del protezionismo hanno visto la luce, tra l’altro per mano –orrore!- di uno dei padri fondatori dello Stato a stelle e strisce, nonché capofila del partito federalista, Alexander Hamilton (cfr. Paul Bairoch, Storia economica e sociale del mondo, Torino 1999, vol. I, p.263). Ed è sempre negli Stati Uniti che le politiche protezionistiche hanno dominato la scena per gran parte della storia del Paese, in pratica lungo tutto l’Ottocento e per la prima metà del Novecento fino alla Seconda Guerra mondiale (cfr. P. Bairoch, cit. p 531).

Insomma, il demonio dittatore, pardon, l’attuale presidente degli Stati Uniti, con questa scelta (peraltro logica e di buon senso, a meno che non si voglia chiamare “follia” voler evitare la rovina finanziaria del proprio Paese) non fa altro che riallacciarsi alla più lunga e robusta tradizione di politica economica americana. E portino pazienza i propagandisti travestiti da giornalisti e i teologi travestiti da economisti se il nuovo “nemico della democrazia” ha osato rinnegare i dogmi del libero mercato che dopo quarant’anni di insuccessi hanno ridotto allo stremo i Paesi più industrializzati e più ricchi del mondo.