È difficile in queste settimane ascoltare o leggere
giornalisti che non si straccino le vesti mentre pronunciano la parola
esecranda: “protezionismo”. A sentirli sembra si tratti di una dottrina
satanica, il cui nome stesso va riprovato. Perché, pare di capire – e qui tento
di indovinare il profondo ragionamento di questi personaggi - “protezionismo” =
“chiusura” = “brutto”, che è il contrario di “liberismo” = “apertura” =
“bello”.
Ora, questi colti professionisti inspiegabilmente non ricordano che il
protezionismo è stata la dottrina di politica economica più adottata dal XIX
secolo in poi in tutti i paesi che, dopo il Regno Unito, si sono incamminati
sulla via dell’industrializzazione (Italia compresa: vedi ad esempio
l’esperienza dei ministeri liberali tra fine Ottocento e inizio Novecento, tra
tutti quello di Luigi Luzzatti). Non solo: ma, da bravi cantori del liberismo –
e in quanto tali digiuni di storia e nemici dei nudi fatti – i succitati
ignorano come sia le teorie che le politiche protezionistiche abbiano visto la
luce e si siano sviluppate - guarda un po’- proprio negli Stati Uniti. È
proprio qui, infatti, in quello che è sempre dipinto come il paese della
cuccagna liberista, che alla fine del XVIII secolo le prime teorizzazioni del
protezionismo hanno visto la luce, tra l’altro per mano –orrore!- di uno dei
padri fondatori dello Stato a stelle e strisce, nonché capofila del partito
federalista, Alexander Hamilton (cfr. Paul Bairoch, Storia economica e sociale
del mondo, Torino 1999, vol. I, p.263). Ed è sempre negli Stati Uniti che le
politiche protezionistiche hanno dominato la scena per gran parte della storia
del Paese, in pratica lungo tutto l’Ottocento e per la prima metà del Novecento
fino alla Seconda Guerra mondiale (cfr. P. Bairoch, cit. p 531).
Insomma, il
demonio dittatore, pardon, l’attuale presidente degli Stati Uniti, con questa
scelta (peraltro logica e di buon senso, a meno che non si voglia chiamare
“follia” voler evitare la rovina finanziaria del proprio Paese) non fa altro
che riallacciarsi alla più lunga e robusta tradizione di politica economica
americana. E portino pazienza i propagandisti travestiti da giornalisti e i
teologi travestiti da economisti se il nuovo “nemico della democrazia” ha osato
rinnegare i dogmi del libero mercato che dopo quarant’anni di insuccessi hanno
ridotto allo stremo i Paesi più industrializzati e più ricchi del mondo.
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